[Alta, bellissima, boccoli rossi che neanche Kelly Le Brock – reloaded]

Atlantid City. Interno. Giorno.

Lei – alta, bellissima, boccoli rossi che neanche Kelly Le Brock – sale sull’autobus camminando verso di me in equilibrio sui tacchi a spillo. Accenna un sorriso che piega impercettibilmente le labbra carnose, ma non riesco a ricambiarlo: i miei occhi sembrano obbedire a una volontà superiore, che li obbliga a fissarsi nuovamente su quelle sue gambe lunghe, nervose, abbronzate. Perfette. Come i suoi piedi, imprigionati in quei sandali altissimi, che allineano passi decisi uno davanti all’altro. Solo un po’ barcollanti per via degli strattoni dettati dall’andatura del 3 barrato. Veste un tailleurino rosso, da vertigini, che si apre davanti in una generosa scollatura su seni tondi, carichi di promesse estive.

Si ferma davanti a me, ravviandosi distrattamente i capelli e insistendo nel sorriso, che da lieve si fa aperto, scoprendo denti bianchissimi. Ancora in trance, mi aggiusto in maniera civettuola il nodo della cravatta e butto uno sguardo distratto sulle spalle della mia giacca (l’ultima volta che una sconosciuta mi aveva sorriso – anzi, diciamolo, mi aveva apertamente riso in faccia – era stato davanti all’aula di udienza quando una collega avvocatessa si era avvicinata a me raccogliendo dalla spalla della mia giacca il bavaglino umido delle bave di DJT che vi avevo appoggiato prima di uscire di casa mentre lo tenevo in braccio per farlo addormentare…): nessun bavaglino, questa volta. Sono pulito.

Ora è proprio davanti a dove sono seduto. Si piega verso di me e i miei occhi – trasognati – corrono lungo il suo collo affusolato, tornito come quello di una bottiglia di Dom Pérignon, e si sgranano nella contemplazione della scollatura che, per ben note ragioni di fisica, si apre proprio davanti al mio naso: due sfere così tonde che neanche Giotto. Due sfere che parlano. Letteralmente parlano.

Stendhal, Stoccolma… penso a tutte le sindromi da cui posso esser colpito mentre mi accorgo di essere in trance, perduto in quella scollatura e insieme suo prigioniero, impossibilitato come sono a staccarne lo sguardo e a pensare ai modi più educati per respingere le avances, che – ormai è certo – mi farà («sono un bavaglino… no, cioè, la bava… insomma, no, voglio dire… sono un papà, ecco!… e amo mathre»: ecco, questo le dirò!).

Finché lei parla. Lei – alta, bellissima, boccoli rossi che neanche Kelly Le Brock… e quella scollatura che parla, davanti a me. Lei – dicevo – e la sua scollatura, parlano. A pochi centimetri dal mio viso.

«Oooooooohhhhh, sì, sì, sì! Ma seiiiiii bellisssssssimo tuuuuu! Ma che bei sorrisini che mi fai! Che dooooolceeeee! Quanti mesi ha?».

(A pochi centimetri dal mio viso. Ma soprattutto da quello di DJT che mi sedeva in grembo…).

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