[Neolingua neonatale]

Niente a che vedere con Orwell, sia chiaro. Si parla sempre di mocciosi e della loro neolingua. Quella di DJT, nella specie.
A futura – nostra – memoria (niente a che vedere con Sciascia), lascio un piccolo elenco delle prime parole che ha preso a (tentare di) pronunciare, fermo restando che la prima in assoluto resta Tram:

“Olio” diviene in neolingua neonatale: “jeje”;
“Moto/auto” diviene “brubru”;
“Aereo” diviene “uouo”;
“Cane/gatto/animale di piccola taglia” diviene “ain”;
“Gol” diviene “del”;
“Italia” diviene “taja”;
“Brioche” diviene “osc”.

Si segnala altresì che DJT mostra una certa predisposizione per la pronuncia delle parole straniere: “Lichsteiner” resta (piuttosto incredibilmente, ma ne ho le prove) “Lichsteiner”, “jeans” resta “gins” e così “pulman”.

Una breve nota sulle intonazioni: “papà” è pronunciato quasi sempre in maniera dolce, mentre “mamma” è invariabilmente pronunciato in maniera perentori, come si conviene a un vero maschio delle caverne.

(Niente a che vedere con l’omonimo mito platoniano).

[Ti strozzo, brutto bagarospo]

Vidi la puntata dei Simpson di cui linko qui uno spezzone, circa due anni fa, in quella che era ancora la casa di mathre (cioè prima della poderosa ristrutturazione che l’ha resa la nostra casa), durante una pausa pranzo.

Ricordo che avevo da poco ricevuto una ferale notizia – no, non il concepimento di DJT: oddio, anche quella, invero! – e per distrarmi fantasticavo su quella che era la del tutto inaspettata vita da padre che mi si apriva davanti: tutto pensavo, meno che avrei figliato.

Tuttavia – io confesso – l’idea cominciava a piacermi. Parecchio.

(Quella puntata – che ricordo con affetto, come con una certa gravosa nostalgia ricordo quel primo pomeriggio di due anni addietro – confortò le mie aspettative positive. Ad ora, pienamente confermatesi).

[Incasellamenti – Teoria e pratica]

Giorni milanesi in occasione del compleanno di Grossmutti (alla quale è stato rivolto, in anteprima assoluta dalla bocca di DJT, l’appellativo “nonna”, con grande scorno dell’altra nonna, che meritava di più il primato, visto che lo accudisce ogni giorno dalla nascita…).
Non può mancare – in giorni milanesi – un pranzo al giapponese con gli ex colleghi, per la gioia di Guancia che odia la cucina nipponica. Alejandro, invece, la adora, e io pure, dunque gliela infliggiamo con molto gusto. Insieme a un discorrere prandiale tutto incentrato su pannolini e tecniche di gestione neo-natale: Alejandro infatti ha una figlia piccola – ma più grande di DJT – mentre Guancia è un single penitente. Nel senso che ne farebbe volentieri a meno, di esserlo.

Dunque, questi pranzi sono per lui una duplice punizione sensoriale: al gusto e all’udito.

La teoria di oggi, riportata da Alejandro, è quella che definiremo degli incasellamenti. I neonati – questa la premessa – hanno una notevole capacità di assorbimento: la metafora ovvia sarebbe quella della spugna, ma – per la gioia di Guancia – si è scelta quella del pannolino. Tale dote li porta – ecco la conclusione – a recepire ogni tipo di informazione allo scopo di archiviarla, come il tassello di puzzle, nella casella che gli viene proposta dall’alto. Cioè a dire dagli adulti. Questo loro talento – siamo al giudizio – sorprende per rapidità di apprendimento e per capacità di immagazzinamento.

(Ne ho avuto la riprova – eccoci alla fase sperimentale – con il magnifico trompe-l’oeil pitturato da zia SiMon nella sua cameretta: rappresenta, come da foto allegata, una spiaggia della costiera di Muravera popolata di pesci ironicamente rappresentati. Ben tredici. Ebbene, detto a DJT il nome di ciascuno di essi indicandoglielo nel contempo (“pesce palla”, “pesce trombetta”, and so on), questi era in grado – dopo una sola ripetizione – di individuare correttamente ciascun pesce. A distanza di giorni, l’esperimento si ripeteva con una percentuale di esattezza del 90%. Non credo che, sottoposto ad analogo esperimento con una lingua straniera, potrei nemmeno lontanamente avvicinarmi a simili risultati, sia in termini di rapidità di apprendimento che di quantità di informazioni apprese).

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[Con amici così…]

Ho un amico milionario. Trovo che i milioni siano un potente elemento di fascino per chi li possegga. Spesso l’unico. Non è il caso di Ricca (ché è così che lo chiamo e la “a” finale gli sta a pennello, essendo anche un po’ checca): lui, è una delle persone più colte che conosca e possiede una delle librerie più ricche e ben fornite che abbia mai visto, ma la cosa più sorprendente è che si tratta di libri che ha anche letto. Spesso, noi amici, gliene sottraiamo qualcuno, ricomponendo alla bell’e meglio l’ordine della fila di libri. D’altronde nulla è meno reprensibile del rubare ai ricchi e del rubare libri: nel  nostro caso, si assommano entrambe le scriminanti.

Sto divagando. Quel che più importa, qui, è che è anche uno dei pochi amici con figli. Figlie invero, ed entrambe già grandi. E’ perciò a lui che mi rivolgo in caso di dubbi in ordine a DJT.

Di seguito, la nostra ultima conversazione:

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[Tram!]

L’estate scorsa comprai – in uno dei miei ritorni a Milano – un quadretto di Mariolina De Palma, una pittrice milanese con un graziosissimo studio sul Naviglio Grande.

Nell’acquistarlo, pensai che DJT, pur crescendo in mezzo al Mediterraneo, avrebbe dovuto avere sotto gli occhi una delle istituzioni della milanenistà: il tram. Quei vecchi tram milanesi, magnifici nel loro singolare impasto di ferro e legno, che ora – rimessi a nuovo e dotati di pedana per disabili – sferragliano per San Francisco.

Ebbene, ogni giorno, DJT vuole che lo porti a “controllare le proprietà”. Così andiamo alla porta d’ingresso, ed esaminiamo il “pomello”, che ama impugnare dopo che io ne pronuncio il nome, “l’occhiello” (cioè a dire lo spioncino, di cui ama far roteare vorticosamente la chiusura), poi “Fred”, cioè il quadro dello street artist parigino Fred le Chevalier (regalo di zia Smurzy) e infine i “libri, libri, libri” della libreria. Ultimo solo in ordine di apparizione, appunto il “tram” della De Palma.

(Tutto pensavo, meno che la sua prima parola sarebbe stata proprio “tram”. Che ha ripetuto con notevole versomiglianza rispetto al suono originale l’altro giorno. Con tanti saluti a “mamma” e “papà”).

[Sulle forme che assumono i neonati]

Questi strani esseri che chiamiamo neonati, oltre a essere macrocefali (durante l’ultima visita dalla pediatra ho appreso non senza raccapriccio che DJT ha una circonferenza del cranio non molto inferiore alla lunghezza del corpo). Dicevo: oltre a essere macrocefali, hanno la non comune capacità di assumere forme sempre nuove. L’espressione “farsi concavo e covesso”, per loro, non è solo una metafora.

Quando per esempio è seduto a terra e non vuole essere preso in braccio, DJT ha la capacità notevole di appiattirsi rimanendo seduto: divarica le gambe come in una spaccata degna di un ballerino e piega la schiena in avanti ponendo il busto tra le gambe, aderente al pavimento. Rendendo del tutto impossibile il raccattarlo.

Oppure, quando tenti di addormentarlo prendendolo in braccio e adagiando amorevolmente il suo capino sulla tua spalla, pregando ogni divinità inventata dal genere umano affinché crolli addormentato, questi inarcherà la schiena all’indietro in una sorta di ponte che ritenevi improbabile anche per un invertebrato.

(Certo, quando poi, qualche mezz’ora dopo e con la schiena – la tua ovviamente – a pezzi, si adagia mollemente sul tuo petto aderendovi in maniera tanto perfetta da sembrare innaturale, e quasi commovente dopo tanto battagliare, beh, è una bella sensazione).